GLI ANNI

Bologna, Arena del Sole, 14- 15 ottobre 2022

Rivelazione della nuova scena performativa, Marco D’Agostin firma un racconto biografico generazionale affidato al talento della danzatrice Marta Ciappina.

Bologna, Arena del Sole
14 ottobre ore 23.00
15 ottobre ore 21.30

durata 50 minuti

gli anni - marco d'agostin

di Marco D’Agostin
con Marta Ciappina
interventi musicali e editing video Luca Scapellato
luci Paolo Tizianel
conversazioni Chiara Bersani, Lisa Ferlazzo Natoli, Paolo Ruffini
promozione, cura Damien Modolo
organizzazione Eleonora Cavallo
amministrazione Federica Giuliano
produzione VAN
coproduzione Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni e di Fondazione CR Firenze, Piccolo Teatro di Milano | Teatro d’ Europa, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione I Teatri Reggio Emilia / Festival Aperto, Snaporazverein
sostegni L’arboreto – Teatro Dimora, La Corte Ospitale Centro di Residenza Emilia-Romagna, CSC/Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa
con il supporto di Istituto Italiano di Cultura di Colonia/MiC-Direzione Generale Spettacolo e Tanzhaus nrw, Düsseldorf, nell’ambito di NID international residencies programme

Carne - Focus di drammaturgia fisica

Dopo il successo di First Love presentato a VIE 2019, il coreografo, danzatore e performer Marco D’Agostin avrebbe dovuto presentare Best Regards nell’edizione successiva del festival, purtroppo interrotta dalla pandemia. Torna quindi in questa edizione con il suo nuovo lavoro, che lo vede impegnato in veste di autore-coreografo, mentre lo spazio scenico è affidato al talento della danzatrice Marta Ciappina.

GLI ANNI evoca attraverso il suo titolo il racconto biografico e assieme generazionale del romanzo di Annie Ernaux, così come la popolarissima canzone degli 883: del primo sarà riscattato l’andamento narrativo, che accoglie in un “noi” storico una coltre di dettagli; della seconda verrà replicata la trama nostalgica ma leggera. Lo spettacolo, costruito a partire da una playlist di brani pop e rock dagli anni ’60 a oggi, ci proietterà in una carrellata di ambienti, scene e brandelli vari di vita familiare, nel tentativo di sottrarre all’oblio quante più immagini possibile.

Scena e platea respireranno congiuntamente, in un collettivo viaggio a ritroso verso quel punto della vita che ha segnato in tutti noi un prima e un dopo. La memoria, maniacale attrezzista di scena, si eserciterà in una danza che esplora il baratro tra “la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto”.
Descrivendo il progetto, attualmente ancora in fase di costruzione, D’Agostin ci racconta: «Nel panorama della danza italiana Marta Ciappina è un’interprete singolare: la sua danza sgorga sempre dal punto d’incontro tra il rigore del gesto tecnico e un’emotività sanguinolenta, a piena disposizione dello spettatore.

Come autore con Marta sono sempre testimone di uno strano fenomeno: anche quando il movimento tende a una sublime astrazione, i suoi organi e le sue articolazioni traboccano di una qualche sotterranea, turbolenta e dolorosa forma di vita, innestata nei suoi ricordi e nella sua storia. Marta ha l’incredibile capacità di collocare e far vibrare nel corpo i suoi segreti: la flessione di una sua mano sa evocare da sola il ricordo di un pomeriggio al sole o la morte di un padre.

Negli ultimi anni le mie opere assumono sempre più frequentemente un andamento narrativo, ma quali sono le forme non esplicite che un romanzo può assumere in un ambiente coreografico? L’ambizione che vado rincorrendo è quella di rintracciare segni e mobilità slacciate dalle nostre iconografie e dagli schemi di riferimento, e che pure traghettino verso lo spettatore il peso specifico di una storia. Cerco dispositivi, formati e danze che si facciano carico del peso delle biografie, generando letture e interpretazioni ampie e popolari.

Marta padroneggia logiche esatte per tradurre la pagina di un diario privato in una sequenza di danza. Più in generale m’interessa osservare il sistema di produzione e trasmissione di un racconto, reale o immaginario, fosse anche quello di una famiglia, di una stirpe o dell’umanità intera, e desidero osservarlo in circostanze coreografiche. Marta mette a disposizione di un autore un’esistenza incandescente e invita il pubblico a entrare nei luoghi più oscuri così come in quelli più luminosi della sua storia; la sfida interroga dunque gli strumenti della narrazione, che non debbono ordinare i fatti, gli eventi e le descrizioni così come lo fanno la letteratura, la tradizione del racconto orale, la musica o il cinema; qui occorre organizzare un corpo con un’architettura complessa e al contempo scarnificata, e una scrittura coreografica che faccia respirare gli spettatori con il tempo di una vita, e assieme con i tempi degli anni, delle stagioni, delle giornate.

Non avrei mai l’ardire di addentrarmi in un territorio simile se non sapessi che questo lavoro può essere fatto con e per Marta, e che la sua biografia, duettando con quella della sua famiglia e del genere umano, può diventare una danza enigmatica e al contempo alla portata di tutti, emozionante come un romanzo di Ocean Vuong e misteriosa come un grigio rothkiano. É giunto il tempo di assumermi la responsabilità di un racconto coreografico che rivendichi orgogliosamente il proprio afflato sentimentale, senza cedere ad alcuna retorica.

Cercheremo il punto di vista del narratore benjaminiano, che è prima di tutto colui che ascolta i racconti altrui, e solo in seguito l’artigiano che conosce il mestiere per mescolare, ricombinare e riscrivere le storie che ha appreso. Osserveremo gli strumenti della narrazione prima di tutto in relazione al tempo, alla sua funzione specifica di stratificare progressivamente le memorie e di creare consequenzialità tra i fatti e gli eventi del corpo, generando affezione nei confronti delle cose. Il corpo dovrà muoversi come una spola tra un presente carico di stimoli e informazioni, un passato denso e vociante e un futuro che ci guarda dal precipizio, con sorpresa e terrore. Il pensiero e il suo ritmo, costantemente affacciati sul pubblico, daranno la punteggiatura al racconto. Su questo flusso si proietterà sempre l’ombra di un romanzo, lunga e affilata anche quando la scrittura risulterà frammentaria.

Osserveremo assieme agli spettatori la realtà immateriale di un pranzo di festa, riaccendendo in noi una gioia infantile: un tavolo imbandito, sul quale forse è pronto a scagliarsi un fulmine»

edizioni precedenti

© VIE Festival è un progetto di